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LE
TELECAMERE DELL'INCONSCIO
IL
CIACK DELLE ANALISI |
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Il cinema non trova le sue caratteristiche
soltanto nel modo in cui l'uomo si rappresenta di fronte all'apparecchiatura
necessaria alla ripresa, ma anche nel modo in cui esso si rappresenta,
con l'aiuto di quest'ultima, il mondo circostante. Un'occhiata
alla psicologia della prestazione illustra la capacità
dell'apparecchiatura di sottoporre l'interprete a test. Un'occhiata
alla psicoanalisi la illustra dal lato opposto. Infatti, il cinema
ha arricchito il nostro mondo degli indici di metodi che possono
venir illustrati mediante la teoria freudiana
Dopo la Psicopatologia
della vita quotidiana questa situazione[il rapporto con la realtà]
è cambiata. Quest'opera ha isolato e reso analizzabili
cose che in precedenza fluivano inavvertite dentro all'ampia
corrente del percepito. Il cinema ha avuto come conseguenza,
un analogo approfondimento dell'appercezione su tutto l'arco
del mondo della sensibilità ottica, e ora anche di quella
acustica
". Questa lunga citazione in cui psicoanalisi
e cinema sono affiancati nel rappresentare la rivoluzione, nella
modernità, nella percezione del mondo esterno ed interiore,
è tratta da: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità
tecnica, cap.13, Einaudi, Torino, 1966, pg. 40, di Walter Benjamin
ed è del 1936. Questa dotta citazione vuole essere una
testimonianza sul valore teorico che possiede il libro Le telecamere
dell'inconscio di Nerina E. Zarabara, pubblicato dalle Edizioni
Damiano, di Villa verucchio, nel 2004. "Il cieco, ecco la
certezza, non vedrà mai un film", scrive Jacques
Derrida in Tourner les mots, Galilée, Parigi, 2000, pg.
80. Questa affermazione è vera, se si intende, che un
cieco non vedrà le immagini sullo schermo; ma essa diventa
relativamente vera se si intende che anche ad un cieco è
possibile raccontare un film. Per esempio, è possibile
leggergli la sceneggiatura. Ora, il lettore di Le Telecamere
dell'Inconscio è un poco nella condizione di un cieco.
In effetti, questo libro, che ha come soggetto lo studio di nove
film, può essere letto, anche se non si è già
visto in anticipo il film dal quale prende spunto per farne l'"analisi".
D'altra parte, questo libro è collegato al fatto che,
oggigiorno, esiste la possibilità che le pellicole dei
film analizzati sono disponibili a casa direttamente, e visibili
sullo schermo televisivo. Ancora quaranta anni fa, chi avesse
voluto prendere visione delle pellicole citate in questo libro
avrebbe dovuto affidarsi alla fortuna delle proiezioni nelle
sale cinematografiche e gli si sarebbe voluto molto tempo per
colmare la visione di questi film. Dunque, materialmente, questo
libro ha una disponibilità di "lettura", contemporanea
alla nostra attualità. D'altra parte, che questo libro
"giochi" con una certa "cecità", lo
segnala il fatto che un grande scrittore come Jorge Luis Borges,
notoriamente cieco, scrisse delle recensioni a film, raccolte
in Borges al cinema. Edizioni Il Formichiere, Milano, 1979. Insomma,
questo libro è prima di tutto un testo che va letto secondo
una certa modalità; e almeno due volte. La prima volta,
esso va letto, magari a letto, o sul divano, alla luce di una
lampada, con le persiane socchiuse, o di sera. In questa prima
volta, non è necessario, secondo noi, assistere alla proiezione
preventiva delle pellicole citate, che ci si procura in cineteca.
Poiché, ripetiamo, si tratta di un libro che ha a che
fare con una certa cecità, il non avere visto prima i
film in oggetto non preclude affatto il piacere della sua lettura.
Anzi; essendo un libro di "analisi"-e sappiamo come
la psicoanalisi abbia a che fare con il genere "giallo"-la
concentrazione sulla "lettura" che l'autrice propone
dei vari "soggetti" sarà maggiore, e meno catturata
dalla frenesia, da parte del lettore di andare a confrontare,
a "verificare" sullo schermo la correttezza della interpretazione.
Dunque, si tratterà di leggere, per la prima volta, questo
libro, come se esso trattasse di "personaggi" letterari,
di "finzione", di letteratura. Non si può dimenticare
che, strutturalmente, un film passa prima del "girato"
attraverso la fase della sceneggiatura; e qui, spesso, l'"autore"
è più di uno. Non va dimenticato. E, in effetti,
il "soggetto" preso in analisi dall'autrice, qui, è
sempre un soggetto di "finzione", un soggetto "montato"
in quanto tale esso si rivela, allora come mai "piatto",
semplice. La molteplicità, la poliedricità, come
quella degli specchi, è una caratteristica delle "persone"
analizzate dall'autrice. "Persone", dicevamo; il termine
allude alla maschera. L'autrice, per condurre il suo discorso
analitico, raccoglie nove esempi di "persone". E ciascuna
non è semplice. La psicoanalisi è appunto contemporanea
del cinema, e ad esso affine, come ci illustra magistralmente
il libro di C.C.I.A.A. perché la nostra modernità
è il tempo della complessità. Di una persona vi
è sempre più di uno "spettro" (intendendo
qui il termine innanzi tutto nel suo valore di "immagine,
di ombra, di spettrografia). E la modernità, come scrive
J Derrida, è il tempo degli spettri. Non a caso il libro
di cui ci occupiamo si apre con lo studio del film di A. Hitchcock,
Vertigo, felicemente intitolato in italiano "La donna che
visse due volte". In effetti, chi vorrà avvicinarsi,
alla teoria dello spettro di J Derrida, avrà un buon approccio
grazie alla visione di questo film e alla sua interpretazione.
D'altra parte, N E Zarabara scrive ancora di fantasmi; a pagina
22, a proposito dell'esperienza che Cecilia, la protagonista
de "La rosa purpurea del Cairo", fa, e sostiene:"Non
esistono compromessi di ogni sorta. Due sono le realtà
costantemente in contrapposizione: la realtà egli esseri
viventi e la realtà dei fantasmi". Ora, il problema,
qui è che questa tesi è sostenuta senza che si
possa avere la certezza assoluta di "chi", la sostiene;
in effetti, essa può essere espressa da più di
una "voce": dall'autrice del libro, certamente, ma
anche da Cecilia, che arriva a questa conclusione, ma anche dal
regista che lascia intendere questa conclusione
.Da Freud?
Nell'analisi di questo film, che la stessa autrice confessa di
amare molto, ella scrive ancora, a pg.28". La Cecilia ingenua
ha forse appreso che i personaggi della fantasia appartengono
al modo dell'immaginario e li devono rimanere? Optare per Tom
significherebbe alterare un equilibrio già da tempo collaudato
che, come si vede nel film, assicura delle garanzie e dei privilegi
solo ai fantasmi della pellicola, ma non agli esseri umani".
Dunque, questo libro è un libro che si fonda su di una
"etica" inattuale. Esso è una critica appassionata,
proprio perché innamorata dell'oggetto di cui tratta,
alla società dello spettacolo dei nostri giorni, in cui
la logica del facile successo televisivo e cinematografico spinge
folle di spettatori ad immedesimarsi nei "finti" personaggi
di successo che percorrono le passerelle dei Talk show: Scriveva
W. Benjamin: "Così l'attualità cinematografica
fornisce a ciascuno la possibilità di trasformarsi da
passante in comparsa cinematografica
Ogni uomo contemporaneo
può avanzare la pretesa di venire filmato" (op.citata,
pg. 35).
Non così è per la psicoanalisi; e per fortuna!
Essa può, come accade nel appassionato e appassionante
libro oggetto della nostra lettura, occuparsi di "personaggi"
e di "persone"; ma nella realtà non tutti sono
"chiamati" a intraprendere un percorso di analisi.Giacché
esso sceglie, comunque, i suoi "soggetti" tra i "pazienti";
dunque, con chi è disposto a confrontarsi con la sofferenza-e
tutti i personaggi proposti in analisi in questo libro sono personaggi
"in sofferenza"--. Con chi ancora oggi voglia incontrarsi
con l'amore. E scrive appunto l'autrice; "
la difficoltà
di amare e di entrare in contatto con l'anima del partner, un
problema che affligge la società contemporanea".(pg.
53). Scriveva Roland Barthes, nel bellissimo "Frammenti
di un discorso amoroso", un libro "montato"come
un film:"La necessità di questo libro deriva dalla
considerazione seguente: che il discorso amoroso è oggi
di un'estrema solitudine. |
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in foto Nerina Elena Zarabara
(di Andrea Caselli) |
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Questo discorso è forse
parlato da migliaia di soggetti (chi lo sa?), ma non è
sostenuto da nessuno
" (R Barthes. Fragments d'un discours
amoureux. Seuil, Parigi, 1977, pg. 5). Il libro di N E Zarabara
si affianca dunque a questo libro. Entrambi trattano d'amore,
e entrambi trattano di psicoanalisi; giacché se si vuole
"trattare" d'amore, oggi, nella civiltà dei
media, non si può prescindere dalla psicoanalisi. E dai
fantasmi dunque. Infatti, scrive l'autrice, ancora:"Nella
vicenda noir raccontata da Mamet, la psichiatra Margaret Ford
riattualizza i propri fantasmi specchiandosi nelle problematiche
dei suoi pazienti"(pg.61). Definizione secondo J. Derrida,
dei fantasmi: " il rispetto per gli altri che non sono più
o per quegli altri che non sono ancora qui
."(Spectres
de Marx. Galilée, Parigi, 1993, pg.15). Questi sono i
"nostri fantasmi", che ci reclamano a una responsabilità,
in un mondo in cui tuttavia i medias tendono a rendere "spettrale"
la presenza attuale delle persone. In effetti, il problema è
di salvare comunque la "difficoltà di amare"
dal pericolo della indifferenza e del vuoto interiore che i media
impongono. Là non potrebbe più arrivare nemmeno
la psicoanalisi e si avvererebbe la profezia di Benjamin; saremmo
allora, un mondo pieno di "attori", senza più
ormai spettatori, e dunque sognatori. A questo punto, si potrà
effettuare la seconda lettura di questo libro intrigante; dopo
avere fatto la scorta delle pellicole citate, dopo avere riassaporato
il gusto di mettersi in poltrona e guardare il film, ma con queste
lenti, appunto confezionate per noi, "ciechi", per
"leggere", questa volta il film con l'amore che esso
richiede.

Perché, come diceva F
Fellini:"Forse il film è u po' questo: il lavoro
fatto con l'abilità e la leggerezza dei giocolieri"
(Block-Notes di un regista. Longanesi, Milano, 1988, pg.69).
Supponiamo che S.Freud amasse il circo. Dopo tutto, il gioco
del Fort/Da descritto in "Al di là del principio
di piacere", non è un piccolo numero da circo? Ora,
pare che S.Freud, non amasse il cinema; ma sua figlia, sì,
senza dubbio. Che non lo amasse, secondo noi, non significa che
lo negasse, lo rifiutasse; probabilmente egli intuiva tutti i
rischi che questa nuova "arte" conteneva nella formazione
del pubblico. In ogni caso e per fortuna, il libro di N.E. Zarabara
dimostra come siano felici le disobbedienze al padre; d'altra
parte disobbedisce solo colui che conosce bene la regola alla
quale si oppone. Dunque N E Zarabara conosce bene sia la psicoanalisi,
la regola, sia il cinema, la disobbedienza; e il suo libro lo
dimostra. Infatti, il libro si conclude con una bibliografia,
specialistica, che è un generoso in invito finale al lettore
di questo libro a non fermarsi all'ultima pagina, ma a proseguire
questo " gioco" tenendosi a portata di mano questo
"manuale" dello spettatore.(anche se appare evidente
che qui l'autodidatta rimarrà comunque entro certi limiti).
E per concludere; dicevamo che Freud risultava essere stato piuttosto
severo verso la nascente "decima musa". Ora, il "fumetto"
della copertina di questo libro, ritrae un signore, in una bolla,
una nuvoletta, che rimanda nei tratti all'austero dott. S.Freud.
Tuttavia, qui, il nostro signore sorride, e non solo, in più,
sembra strizzare l'occhio, quasi fosse semi-cieco. Ed indossa
uno smoking, come se partecipasse ad una cerimonia-una premiazione
ad un Oscar?-. Dunque, questo signor Freud ha un'aria "complice",
quasi avesse assunto l'atteggiamento di un padre, che sotto la
maschera burbera lascia trasparire un compiaciuto consenso. Dunque
il libro è promosso, perché è un libro serio,
sebbene tratti una materia che non ha il riconoscimento accademico
e istituzionale. Ma il signor Freud tre volte ammicca ed è
pronto, nel suo costume, per la premiazione. Noi siamo in platea
ed applaudiamo.
Roberto Borghesi |
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foto 2:
Nez vista da Andrea Caselli |
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